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SARÀ DAVVERO COMPOSTABILE?

“Ridurre in compost” (o meglio “rot”) é risaputo essere l’ultimo punto delle 5 R dello Zero Waste anche se in effetti dovrebbe essere il primo al quale fare riferimento quando si vuole acquistare un nuovo prodotto.

La domanda che ci si dovrebbe porre è: “Quando questo prodotto sarà esaurito potrà essere gettato nella raccolta Comunale dei rifiuti organici?”. Per scoprirlo, in genere, ci si affida alle etichette. In molti prodotti del mondo “zero waste” (e non solo) viene spesso indicato che il tale materiale è “biodegradabile” o “compostabile”. Acquistiamo con un peso in meno sulla coscienza e altrettanto serenamente lo buttiamo nell’umido. Ma avremo fatto davvero la cosa giusta?

Rispondere a questa domanda sarebbe facile se tutti i produttori si attenessero alla modifica (grazie al D.Lgs. 116/2020) del TUA (Testo Unico Ambientale, d.lgs. 152/2006), entrata in vigore il 26 settembre 2020. Questa prevede l’obbligo di apposizione di un marchio di certificazione di compostabilità che ne attesti il rispetto dello standard europeo UNI EN 13432:2002. Detto in altre parole: se sul packaging c’è scritto “compostabile” senza alcuna altra precisazione o marchio o certificazione, non bisognerebbe smaltire quel prodotto o packaging nella raccolta dei rifiuti organici Comunale. Ovviamente si è invece liber* di fare esperimenti nel proprio compost domestico.

Quale è quindi la differenza tra compost comunale e compost domestico?

La frazione organica dei rifiuti raccolta dal Comune molto probabilmente finirà in un impianto di compostaggio industriale, con delle caratteristiche molto precise: temperature elevate (55-60° C), un certo livello di umidità e la presenza di ossigeno. I cicli di lavorazione del rifiuto organico trattato in questa maniera hanno una durata prestabilita e chi gestisce l’impianto non si può permettere la presenza di oggetti vari che non si decompongono in tempi relativamente brevi. Tutto quello che può essere gettato nella raccolta di rifiuti organici che non sia un alimento (fazzoletti, carta igienica, carta alimentare, spugne ecologiche...) deve essere sottoposto a dei test specifici e deve possedere queste caratteristiche:

1. Deve risultare biodegradabile al 90% in massimo 6 mesi;

2. Deve disintegrarsi almeno al 90% (in peso) in frammenti inferiori a 2 mm in 3 mesi;

3. La biodegradazione non deve avere effetti negativi sul processo di compostaggio;

4. La biodegradazione non deve avere effetti negativi sul compost finale.

Detto questo è quindi possibile buttare un qualunque oggetto sedicente compostabile (cotton-fioc, panni di bambù, cerotti “compostabili”, spugne in cellulosa…) nella raccolta dell’umido del Comune? La risposta è molto probabilmente no, se il produttore non è certificato. E perché? Perché se il produttore non ci sa dire in quanto tempo e in quali circostanze il prodotto si biodegrada non si può in alcuni modo essere sicur* che lo faccia nei tempi stabiliti dallo standard UNI EN 13432:2002.

In realtà sono davvero poche le cose nel mondo dello “zero waste” che possono essere veramente smaltite nella raccolta comunale dell’organico. Diamo qualche esempio. Ok per la spugna di luffa nel suo formato originale. Già se viene cucita e accoppiata ad altri materiali non è più compostabile! La spugna konjac viene dichiarata compostabile da tutti i produttori, ma è frutto di una polverizzazione della radice dell’omonima pianta, che viene poi trattata con idrossido di calcio e acqua. Sarà davvero compostabile come affermano tutti? Il filo interdentale in PLA può andare invece sicuramente nel compost. Il PLA è una bioplastica creata al 100% da materia prima vegetale, che è certificata compostabile di suo. Il sisal, sebbene sia un filato ottenuto da un vegetale, è pur sempre un filato. Così come non si può gettare il cotone nell’umido, così difficilmente ci potrà andare la fibra di sisal se non confermato diversamente dall’azienda produttrice.

A complicare ulteriormente le cose bisogna specificare che, anche se il prodotto è certificato compostabile, va sempre verificato col proprio Comune di residenza se quel determinato materiale può essere smaltito nella raccolta della frazione organica dei rifiuti! Non tutti gli impianti di compostaggio sono attrezzati per smaltire ogni genere di prodotto.

E se si ha un compost a casa? Beh, lì siete liber* di fare tutti gli esperimenti che volete, ma sappiate che avviene il contrario: tutti i materiali certificati compostabili lo sono solo per un impianto di compostaggio industriale e quindi i tempi di biodegradazione nel compost di casa potrebbero aumentare di anni. Il classico sacchetto in MaterBi, per intenderci quello dell’ortofrutta, non è per esempio pensato per il vostro pugnetto di terra in giardino! Sappiate che esistono anche materiali certificati compostabili per il compost di casa però!

Infine, se trovate la scritta “biodegradabile” sul packaging sappiate che non significa assolutamente nulla, tranne che per i tensioattivi contenuti in un qualunque detersivo (ecologico o meno). La sostanza lavante di qualunque detergente per la casa è infatti l’unica sostanza che deve essere testata per il suo livello di biodegradabilità, in base alla normativa europea (Regolamento (CE) n. 648/2004): deve risultare biodegradabile (in presenza di ossigeno) del 60% in 28 giorni. Se sull’etichetta c’è scritto “biodegradabile oltre il 90%” (o peggio “biodegradabile al 100%”) vi stanno ingannando: l’intero prodotto difficilmente viene testato, perché i test sono estremamente costosi e non obbligatori per legge. Inoltre, i test di biodegradabilità non sono previsti per i prodotti di cosmesi. Che significa quindi se su di un prodotto per la cura del corpo trovate scritto “100% biodegradabile”? Chiedete al produttore di motivare questa informazione. Purtroppo non vi è ancora un regolamento che limiti questo tipo di “green claim” non circostanziati.

Insomma... un grande disastro vero?!? Ecco perché noi di NATURALmente il Negozio Sostenibile siamo qui per voi! Con l’entrata in vigore della nuova normativa abbiamo passato in rassegna tutto il nostro sito, eliminato ogni claim errato, chiesto spiegazioni e conferme praticamente a tutte le aziende e infine aggiornato minuziosamente tutto il sito (sperando di non aver dimenticato nulla!). Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza l’aiuto di Elisa di @autoproduco. Grazie.

Ad ogni modo ricordatevi che fondamentalmente tutto è biodegradabile, il problema è il tempo che ci mette e quanti danni farà nel frattempo!

Per approfondimenti consigliamo il libro “Plastica Addio”, scritto da Elisa Nicoli e Chiara Spadaro, edito da Altreconomia.

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